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Avere una malattia reumatica un tempo significava riposo assoluto e spesso esonero dall’ora di ginnastica. Oggi, dietrofront. Ci sono le prove che l’attività fisica sia salutare anche per questi malati. Tanto che al congresso europeo di reumatologia Eular svoltosi a Madrid un’intera sessione è stata dedicata alle evidenze scientifiche accumulatesi negli ultimi anni.

In caso di artrite reumatoide, osteoartrite all’anca o al ginocchio interventi mirati di attività fisica – non di semplice movimento – riducono l’infiammazione, il dolore, il rischio cardiovascolare e l’ospedalizzazione, dando un generale miglioramento della qualità di vita. Anche nel caso della spondilite anchilosante e del lupus, gli studi condotti analizzando anche gli indicatori di infiammazione come la proteina C reattiva e le citochine mostrano che programmi di attività fisica aerobica e di potenziamento muscolare non peggiorano la progressione della malattia ma, al contrario, migliorano la fatigue, la depressione e lo stato fisico.

I SEGRETI PER TENERE VIVA LA MOTIVAZIONE
Ci vuole costanza perché gli effetti dell’esercizio non sono immediati. Per mantenerli, la pratica non va interrotta. Fare di un’attività occasionale un’abitudine sostenuta nel tempo è molto difficile. Lo spiega Keegan Knittle, psicologo dell’Università di Helsinky che studia come cambiare i comportamenti delle persone: «Affinché l’attività fisica diventi la norma, bisogna capire come mantenere viva la motivazione, anche quando i risultati sperati sembrano non arrivare – spiega il professore - In questo, aiuta molto sviluppare forme di motivazione interne:«è divertente», «fa parte di me», «mi fa tanto bene» sono molto più potenti rispetto alla motivazione esterna («mi è stato detto di farlo») o introiettata («se non lo faccio mi sento in colpa»)»·

Inoltre, spiega Knittel, posso aiutare molto anche le tecniche di autoregolamentazione o di «self regulation», per stabilire degli obiettivi e monitorarne regolarmente il raggiungimento.

«Questa è una strategia utile anche in seguito, nel periodo di mantenimento, per confermare a sé stessi che si è ancora a cavallo». Infine, spiega il professore, bisogna «essere consapevoli della grande influenza che hanno il contesto sociale e ambientale e le risorse personali di ciascuno: a volte i pazienti non hanno le energie per andare avanti e ciò rallenta la formazione dell’abitudine allo sport».

Un consiglio per tutti? «Stabilite dei trucchetti personali, come ad esempio questo: quando finisce la serie tv preferita, alzarsi dal divano, uscire di casa e camminare riflettendo su quanto era bella la puntata».

ALLENARSI, MA QUANTO?
Quando la pratica dello sport sarà diventata una consuetudine, potremmo voler sapere quanto esercizio fisico praticare e a quale intensità. «La dose ottimale? Non si sa» è la premessa di George Metsios, medico dello sport dell’University of Wolverhampton, che puntualizza come di allenamento debba trattarsi. «Allenamento significa voler migliorare una certa prestazione, indurre una risposta fisiologica specifica ad uno stimolo che nel corpo provoca un certo adattamento».

E, mette in guardia il ricercatore, sembra esserci anche una sistematica sottostima dell’intensità da prescrivere ai pazienti, che finisce per risultare insufficiente. Dopodiché, questi pazienti sono spesso più sedentari della media per le barriere della propria malattia e ci sono ancora pochi studi clinici riguardanti l’attività fisica nelle malattie reumatiche. Ma per renderli omogenei, confrontabili e ripetibili, «ci sono alcuni principi che vanno sempre considerati, perché consentono di avere degli studi omogenei – mette in guardia Metsios – e si tratta di frequenza, intensità, tempo e tipo (FIIT) dell’attività fisica, ma anche specificità dell’esercizio, progressione, sovraccarico, valori iniziali (i naive rispondono prima) e reversibilità (in seguito alla cessazione dell’attività fisica si torna al livello di partenza)».

Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente, senza però fermarsi, aiutando i malati a vincere le resistenze psicologiche. Bisogna abbinare l’attività anaerobica, che può regalare benefici più immediati, perché già dal secondo mese aumenta la forza e diminuisce il dolore e dal sesto mese aumenta la massa muscolare, con l’attività aerobica grazie alla quale, a partire dal terzo mese, diminuisce la massa grassa e si riducono i fattori di rischio cardiovascolare.

La progressione nei risultati dovuta alla risposta fisiologica dell’organismo all’allenamento è del tutto simile in giovani e vecchi, sani e malati. Perché su questo bisogna essere chiari, spiega il professore George Metsios, «l’attività fisica fa bene ad ogni età».

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