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Restare da soli, con i propri pensieri e i propri acciacchi. La solitudine è pesante da accettare ad ogni età, ma soprattutto nella vecchiaia. Non avere qualcuno con il quale rapportarsi quotidianamente, non disporre di una fitta rete di contatti sociali, può peggiorare lo stato di salute soprattutto nella terza età. A ribadirlo uno studio recente condotto presso la Brunel University di Londra e pubblicata sulla rivista Neuroscience & Biobehavioral Reviews . In questo studio i ricercatori sono partiti dall’ipotesi che vivere in condizioni di isolamento e solitudine, fattori che in numerosi studi sono stati associati a un cattivo stato di salute e ridotta aspettativa di vita possono nuocere alla salute poiché in grado di promuovere uno stato di infiammazione cronica. L’infiammazione cronica può essere sollecitata dal vivere una fonte di stress continuo, come può esserlo appunto, rimanere in solitudine.

Rischi legati all’infiammazione cronica

«Uno stato infiammatorio, specialmente se cronico, condiziona rischi sistemici a tutti i livelli d'organo e d'apparato aumentando il rischio di aterosclerosi con riduzione della funzionalità d'organo, d'apparato e sistemica» precisa Stefano Coaccioli presidente dell'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore, medico internista, reumatologo, professore associato di Medicina Interna.

La presenza di uno stato di infiammazione cronico è testimoniato, in questo studio, dall’innalzamento dei valori legati alla proteina C reattiva e del fibrinogeno, una proteina coinvolta nella coagulazione del sangue.

«I parametri che segnalano la presenza di uno stato infiammatorio cronico sono diversi, nello specifico di solito vengono presi in considerazione i valori della velocità di sedimentazione eritrocitaria (VES), della proteina C-reattiva (PCR), della fibrinogenemia, dell’omocisteinemia, della ferritinemia e della trasferrinemia.- Precisa ancora il professor Coaccioli che aggiunge – Se l'infiammazione è cronica si può riscontrare anche anemia da disordine cronico con riduzione dell’emoglobina, mentre restano invariati gli indici eritrocitari [MCV e MCH]. Si riducono sideremia e transferrina mentre aumenta la ferritina. Questo quadro è frequente e caratteristico».

L’infiammazione cronica determina, come rimarca lo studio di revisione inglese, un aumento del rischio di sviluppare patologie croniche come il diabete e i problemi cardiovascolari. Questo studio di revisione infine, come sottolineano gli stessi autori, dovrebbe essere rafforzato nelle conclusioni da studi condotti con diversa metodologia.

Infiammazione cronica come si affronta?

Risponde l’esperto: «Di solito si ricorrere all’uso di farmaci anti infiammatori non steroidei (FANS) o glucocorticoidi. Le terapie, caso per caso, possono essere personalizzate anche attraverso l’uso di integratori a base di metilsulfonmetano, supplementazione di vitamine C e E e levo-carnitina. L’attività fisica costante, inoltre, riduce l'attività pro-ossidante e aumenta la capacità anti-ossidante, riducendo e rallentando di conseguenza l’insorgenza di aterosclerosi».

L’iniziativa dell’Associazione Italiana per lo Studio del dolore

Il professor Coaccioli in qualità di Presidente dell'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore lancia l’appello: «Desidero rivolgermi a tutti i pazienti che presentano manifestazioni dolorose acute e croniche di ogni tipo, degenerativo, infiammatorio disfunzionale, neuropatico, oncologico, specialmente in questo momento di pandemia da Covid 19, dove l'accesso agli ambulatori, sia pubblici che privati, è sottoposto a una severa regolamentazione e quindi si può avere difficoltà nel raggiungere i terapisti del dolore nei rispettivi ambulatori. Invito i pazienti con dolore a contattare per via telematica o per telefono i propri professionisti di riferimento, perché non si sentano esclusi dalla comunicazione e dal supporto con cui i nostri colleghi terapisti del dolore in tutta Italia seguono sempre costantemente i loro pazienti. Dobbiamo fare uno sforzo comune tutti, pazienti, medici, operatori sanitari in generale per non lasciare soli i pazienti con dolore. L'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore ha messo a disposizione nel proprio sito un'area dedicata a richieste di consulenza per qualunque paziente abbia bisogno di un consiglio di un suggerimento, di un parere, in questo periodo così difficile».

Restare da soli, con i propri pensieri e i propri acciacchi. La solitudine è pesante da accettare ad ogni età, ma soprattutto nella vecchiaia. Non avere qualcuno con il quale rapportarsi quotidianamente, non disporre di una fitta rete di contatti sociali, può peggiorare lo stato di salute soprattutto nella terza età. A ribadirlo uno studio recente condotto presso la Brunel University di Londra e pubblicata sulla rivista Neuroscience & Biobehavioral Reviews . In questo studio i ricercatori sono partiti dall’ipotesi che vivere in condizioni di isolamento e solitudine, fattori che in numerosi studi sono stati associati a un cattivo stato di salute e ridotta aspettativa di vita possono nuocere alla salute poiché in grado di promuovere uno stato di infiammazione cronica. L’infiammazione cronica può essere sollecitata dal vivere una fonte di stress continuo, come può esserlo appunto, rimanere in solitudine.

Rischi legati all’infiammazione cronica

«Uno stato infiammatorio, specialmente se cronico, condiziona rischi sistemici a tutti i livelli d'organo e d'apparato aumentando il rischio di aterosclerosi con riduzione della funzionalità d'organo, d'apparato e sistemica» precisa Stefano Coaccioli presidente dell'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore, medico internista, reumatologo, professore associato di Medicina Interna.

La presenza di uno stato di infiammazione cronico è testimoniato, in questo studio, dall’innalzamento dei valori legati alla proteina C reattiva e del fibrinogeno, una proteina coinvolta nella coagulazione del sangue.

«I parametri che segnalano la presenza di uno stato infiammatorio cronico sono diversi, nello specifico di solito vengono presi in considerazione i valori della velocità di sedimentazione eritrocitaria (VES), della proteina C-reattiva (PCR), della fibrinogenemia, dell’omocisteinemia, della ferritinemia e della trasferrinemia.- Precisa ancora il professor Coaccioli che aggiunge – Se l'infiammazione è cronica si può riscontrare anche anemia da disordine cronico con riduzione dell’emoglobina, mentre restano invariati gli indici eritrocitari [MCV e MCH]. Si riducono sideremia e transferrina mentre aumenta la ferritina. Questo quadro è frequente e caratteristico».

L’infiammazione cronica determina, come rimarca lo studio di revisione inglese, un aumento del rischio di sviluppare patologie croniche come il diabete e i problemi cardiovascolari. Questo studio di revisione infine, come sottolineano gli stessi autori, dovrebbe essere rafforzato nelle conclusioni da studi condotti con diversa metodologia.

Infiammazione cronica come si affronta?

Risponde l’esperto: «Di solito si ricorrere all’uso di farmaci anti infiammatori non steroidei (FANS) o glucocorticoidi. Le terapie, caso per caso, possono essere personalizzate anche attraverso l’uso di integratori a base di metilsulfonmetano, supplementazione di vitamine C e E e levo-carnitina. L’attività fisica costante, inoltre, riduce l'attività pro-ossidante e aumenta la capacità anti-ossidante, riducendo e rallentando di conseguenza l’insorgenza di aterosclerosi».

L’iniziativa dell’Associazione Italiana per lo Studio del dolore

Il professor Coaccioli in qualità di Presidente dell'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore lancia l’appello: «Desidero rivolgermi a tutti i pazienti che presentano manifestazioni dolorose acute e croniche di ogni tipo, degenerativo, infiammatorio disfunzionale, neuropatico, oncologico, specialmente in questo momento di pandemia da Covid 19, dove l'accesso agli ambulatori, sia pubblici che privati, è sottoposto a una severa regolamentazione e quindi si può avere difficoltà nel raggiungere i terapisti del dolore nei rispettivi ambulatori. Invito i pazienti con dolore a contattare per via telematica o per telefono i propri professionisti di riferimento, perché non si sentano esclusi dalla comunicazione e dal supporto con cui i nostri colleghi terapisti del dolore in tutta Italia seguono sempre costantemente i loro pazienti. Dobbiamo fare uno sforzo comune tutti, pazienti, medici, operatori sanitari in generale per non lasciare soli i pazienti con dolore. L'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore ha messo a disposizione nel proprio sito un'area dedicata a richieste di consulenza per qualunque paziente abbia bisogno di un consiglio di un suggerimento, di un parere, in questo periodo così difficile».