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DopingROMA - Nel prossimo futuro il doping potrebbe celarsi in uno dei 6mila farmaci attualmente in sviluppo, oppure nelle centinaia di terapie genetiche in sperimentazione nel mondo, o ancora in sostanze "vecchie" ma rese invisibili per mezzo di nuovi trucchi. Ad ogni modo, si sta studiando un'arma che ha l'obiettivo di smascherarli tutti.

In pratica, la speranza di mettere la parola fine alle pratiche illecite nello sport, descritta durante una sessione del congresso mondiale di Medicina Sportiva, è racchiusa in un piccolo chip in grado di studiare la "firma molecolare" di ogni atleta e scoprire qualsiasi tentativo di alterarla.

"La fisiologia di una persona è determinata dall'espressione dei suoi geni, che regolano tutti i parametri, dalla muscolatura alla quantità di ossigeno trasportato dal sangue - ha spiegato Olivier Rabin, Science Director della World Antidoping Agency (Wada) - in futuro non cercheremo più le singole sostanze proibite, ma guarderemo se la fisiologia corrisponde a quella “scritta” nel Dna, o se invece c'è stata qualche manipolazione. Questo può essere fatto con un “gene chip”, che analizza simultaneamente un gran numero di geni, e permette di trovare qualsiasi tipo di doping. I primi test sono molto positivi".

La terapia genica, che "corregge" un gene difettoso, è ancora in fase altamente sperimentale, ma ha già mostrato che ad esempio i topi in cui viene inserito il Dna che codifica di un fattore di crescita hanno una muscolatura superiore: "Non ci sono prove di un uso nello sport - ha spiegato Rabin - ma questo è il futuro, e dobbiamo essere preparati".

In attesa dell'arma "definitiva" la lotta al doping nei prossimi anni passa per un'estensione del "passaporto biologico", il monitoraggio dei parametri del sangue già applicato nel ciclismo: "Stiamo studiando l'allargamento ad altri sport - ha sottolineato Rabin - ma anche altri tipi di “passaporto”, che controllino tutti i parametri “sensibili”, come gli steroidi nel sangue".

Nei sistemi attuali ci sono probabilmente delle "falle": "Le statistiche della Wada dicono che tra il 2001 e il 2009 solo l'1,6% degli atleti positivi aveva usato ormoni, e nessun metodo che aumenta il trasporto di ossigeno nel sangue con derivati dell'emoglobina - ha affermato Martial Saugy, che dirige il laboratorio antidoping di Losanna - Secondo me sono molti di più, e questo emerge anche da alcune analisi statistiche che abbiamo fatto. La soluzione sta nell'estensione del passaporto biologico anche ad altri sport “sensibili” come tutti quelli di resistenza".

Oltre che su nuove sostanze in arrivo, l'attenzione è puntata sui nuovi modi di mascherare quelle "tradizionali", come ha spiegato Francesco Botrè, che dirige il laboratorio di Roma: "Ci sono due strategie “promettenti” - ha rilevato l'esperto - la prima riguarda la possibilità di nascondere la sostanza proibita ad esempio dentro un liposoma, un “guscio” fatto di molecole che fa sì che non vengano rilevate. L'altra è agire sulla velocità con cui viene metabolizzata la sostanza dopante, assumendo in contemporanea altri farmaci. Ma ci stiamo attrezzando anche su questi fronti".