Accedi
Registrati con Facebook
Registrati

Registrati con Facebook

Le donne, nell’arco della vita, ma soprattutto dopo i 65 anni, corrono un rischio ictus più elevato degli uomini e risultano più vulnerabili sul fronte degli esiti: maggiore mortalità, disabilità, depressione e demenza post-ictus rispetto all’uomo. È quanto viene evidenziato dall’ultimo Rapporto sull’ictus in Italia.

«Donne e uomini – si legge –, pur essendo colpiti dalle stesse patologie, presentano sintomi, evoluzione di malattia e risposta alle terapie anche molto diversi tra loro». Per questo la necessità di porre l’attenzione sullo studio del genere in tutte le aree mediche.

ETÀ E SESSO SONO FATTORI DI RISCHIO

I fattori di rischio cardio-cerebrovascolari sono: l’età, la pressione arteriosa, la colesterolemia, l’indice di massa corporea, il diabete, la familiarità. L’età è il maggior fattore di rischio per ictus. E considerando che le donne vivono più a lungo degli uomini aumenta la probabilità di avere un ictus.

L’incidenza della malattia aumenta infatti con l’avanzare dell’età: «in particolare aumenta esponenzialmente dopo i 65 anni». L’età media all’esordio dell’ictus è 69 anni per la popolazione maschile e 74 per quella femminile.

Se in età fertile, la donna può contare sulla protezione ormonale, per cui fino a una certa età l’ictus è più frequente nel sesso maschile, dopo la menopausa la differenza tende ad attenuarsi, e dopo gli 80 anni risultano le donne maggiormente affette dalla patologia. Anche perché le donne vivono più a lungo. Da non sottovalutare la menopausa precoce (prima cioè dei 45 anni): rappresenta un importante fattore di rischio. Così come un campanello di allarme per le donne è un’eventuale gravidanza patologica. Il diabete gestazionale, per esempio, può essere predittivo di maggiore rischio vascolare non solo nell’immediato: la «storia ostetrica» è infatti considerata una «finestra» sul rischio cardio e cerebrovascolare futuro della donna.

OCCHIO ALLA PRESSIONE ALTA

Non bisogna poi sottovalutare che le donne dopo i 65 anni hanno una maggiore frequenza di ipertensione arteriosa rispetto agli uomini. E, come viene ricordato nelle Linee guida italiane di prevenzione e trattamento dell’ictus cerebrale, l’ipertensione arteriosa rappresenta un importante fattore di rischio ictus. Dati del «National Health and Nutrition Examination Survey» indicano che al di sotto di 45 anni è maggiore il numero degli uomini ipertesi rispetto alle donne, nella fascia 45- 64 anni non ci sono differenze di genere, mentre da 65 anni in poi le donne hanno una maggiore frequenza di ipertensione arteriosa rispetto agli uomini.

È importante allora controllare regolarmente la pressione arteriosa perché è un nemico silenzioso - molte persone sono ipertese e non sanno di esserlo - ma se adeguatamente trattata, smette di rappresentare un pericolo per la nostra salute.

OCCHIO ALL’EMICRANIA

Anche l’emicrania, in particolare con aura, si associa a un rischio di ictus circa due volte superiore rispetto alla popolazione generale. In particolare il rischio di ictus ischemico è di 7-8 volte maggiore nelle donne che soffrono di emicrania con aura e fanno uso di contraccettivi estroprogestinici, di 9 volte se sono fumatrici e di 10 volte se alla dipendenza dalle sigarette affiancano l’uso di estroprogestinici.

Quindi chi soffre di ipertensione arteriosa, ha a che fare con sovrappeso o obesità, soffre di emicrania (soprattutto con aura) e fuma, fattori che determinano un incremento del rischio di ictus, deve valutare attentamente con il medico l’uso di contraccettivi orali.

«La terapia ormonale, sia in età giovanile che in post menopausa, non è infatti scevra di rischi» puntualizza Marina Diomedi, responsabile della Stroke Unit della Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma.

«Nelle pazienti predisposte, la terapia orale estroprogestinica o sostitutiva può predisporre all’ictus ischemico. In particolare sappiamo che l’uso di terapia combinata estroprogestinica nelle giovani donne affette da emicrania con aura aumenta il rischio di ictus ischemico e trombosi venosa cerebrale influendo sui meccanismi di coagulazione del sangue. È pertanto importante una attenta valutazione clinica per una stima del rischio e una corretta decisione terapeutica».

ICTUS: TERZA CAUSA DI MORTE PER LE DONNE

Secondo le statistiche internazionali, l’ictus risulta la quinta causa di morte per gli uomini, e la terza per le donne. E dato che le proiezioni demografiche indicano che entro il 2030 circa il 20% della popolazione sarà costituito da over 65enni, la maggior parte donne per la maggiore aspettativa di vita (84 per le donne, 79 per gli uomini), è possibile che ci sarà un numero significativamente superiore di donne colpite da ictus. Da molti studi, come indicato nel Rapporto Ictus Italia 2018, emerge che le donne non solo sono mediamente molto più anziane degli uomini quando subiscono un ictus, ma presentano già maggiori disabilità prima dell’evento che, di frequente risulta di maggiore gravità.

SUGLI UOMINI POSSIBILITA’ MAGGIORI DI INTERVENTO

Inoltre, emerge che le donne hanno fino al 30% in meno di probabilità di accedere alla trombolisi intravenosa, che rappresenta la prima linea del trattamento acuto dell’ictus ischemico. Cui è possibile ricorrere però solo se il paziente arriva tempestivamente (entro le 4 ore e mezzo) nelle strutture ospedaliere adeguatamente attrezzate, nei centri cioè specializzati per la cura dell’ictus (Stroke Unit).

A monte di questa disparità di trattamento diversi fattori: la maggiore probabilità delle donne di vivere a casa da sole, o di essere istituzionalizzate o di essere disabili al momento dell’ictus. Sotto accusa le disparità sociali che incrementano la mortalità post ictus nelle persone, in particolar modo nelle donne.

@simona_regina

Licenza Creative Commons