Un controllo più stringente: ogni dodici mesi, piuttosto che a cadenza biennale. A patto, però, che i pazienti da sottoporre allo screening per il tumore del polmone vengano selezionati in maniera più accurata: sulla base dell’età, ma soprattutto del numero di anni trascorsi fumando e della quantità di sigarette accese in maniera regolare.

LEGGI: SALUTE PUBBLICA: SCREENING ANTICANCRO SEMPRE PIU’ EFFICACI

È questo il messaggio che emerge da una ricerca pubblicata su «Plos Medicine», che con le sue conclusioni ribadisce la necessità di fare chiarezza su questi punti prima di rendere lo screening per il tumore del polmone un’indagine rivolta alla popolazione e non soltanto ai soggetti a rischio.

Screening: serve una maggiore selezione dei candidati

Sul tema è intervenuto un gruppo di ricercatori dell’università di Rotterdam, deciso ad approfondire il rapporto tra costo ed efficacia dello screening per intercettare in tempo quello che oggi è il cancro con il più alto tasso di mortalità tra gli uomini (in Italia) e tra le donne (in Europa).

Gli autori dello studio hanno esaminato 576 diverse politiche di screening per il tumore del polmone, rapportando le rispettive indicazioni al decorso clinico dei soggetti interessati. Tutto ciò tenendo conto dei parametri osservati: come l’età di inizio e fine dei controlli, l’intervallo dello screening, i trascorsi dei fumatori. Obiettivo finale era valutare l’influenza delle prestazioni erogate e il rapporto tra costo e beneficio di un’indagine estesa ai fumatori adulti: considerando il numero di morti evitate, gli anni di vita guadagnati, la spesa sanitaria e il rischio di sovradiagnosi.

I risultati hanno indicato che lo screening annuale risulta più efficace rispetto a quello biennale, a patto di sottoporre alla tac a basso dosaggio un gruppo ristretto di fumatori: ovvero quelli di età compresa tra 55 e 75 anni, che consumano un pacchetto di sigarette al giorno (o più) da almeno un decennio o che, pur avendo avuto per anni questi numeri, hanno smesso da meno di due lustri.

Lo strumento, rispetto a quelli di precedente generazione, utilizza una dose di radiazioni più bassa e consente di acquisire le immagini di un organo in pochi secondi. I ricercatori hanno stimato che un simile approccio potrebbe ridurre la mortalità per cancro del polmone del nove per cento, con un risparmio di oltre quarantunomila dollari canadesi per paziente per anno di vita guadagnato.

In Italia nessuna iniziativa rivolta alla popolazione sana

Un simile scenario determinerebbe anche una riduzione del numero complessivo delle tac a basso dosaggio effettuate e delle sovradiagnosi, che finora hanno costituito il vero limite alla diffusione dello screening per il tumore del polmone.

Negli Stati Uniti la procedura è in vigore già da diversi anni. Ciò non accade invece in Europa, «dove la pubblicazione di studi più piccoli conclusisi in maniera controversa ha rallentato l’introduzione dello screening per il tumore del polmone su un target di popolazione considerato a rischio», dichiara Marco Zappa, epidemiologo e responsabile dell’Osservatorio Nazionale Screening .

Ma lo scenario potrebbe cambiare, se i risultati di una grande ricerca condotta in Olanda e Belgio dovesse confermare un beneficio apportato dalla tac a basso dosaggio pari a una riduzione della mortalità specifica almeno del venti per cento. In questo caso - ipotizzando che il via libera allo screening a copertura del Servizio Sanitario Nazionale giunga nell’arco di un decennio, aggiungendosi all’offerta che oggi interessa già la diagnosi precoce dei tumori al seno, al colon-retto e alla cervice uterina - i primi a essere arruolati sarebbero i forti fumatori, intesi come coloro i quali hanno fumato almeno un pacchetto al giorno di sigarette per vent’anni o più. Dopo l’esame, è quanto indicano i maggiori specialisti italiani, il rischio potrebbe essere aggiornato. Con risultati rassicuranti, i controlli verrebbero ripetuti a due o a tre anni di distanza.

Twitter @fabioditodaro


Alcuni diritti riservati.

vai all'articolo originale >>