Le uniche indicazioni di sicura efficacia riguardano la prevenzione delle fratture in pazienti anziani carenti di vitamina D e le cui ossa sono considerate più a rischio, in ragione di una diagnosi già fatta di osteoporosi. Ma se si parla di salute cardiovascolare, assumere capsule o bustine contenenti l’ormone è di fatto inutile. Sia per chi intende fare prevenzione sia per chi ha già cuore o vasi non in salute eccellente e intende evitare ricadute. «L’aggiunta di vitamina D alla dieta non conferisce una protezione cardiovascolare», è quanto messo nero su bianco dagli autori di una metanalisi pubblicata sulla rivista «Jama Cardiology», che pone la parola fine all’uso indiscriminato di questi integratori , la cui diffusione è cresciuta conseguentemente al sommarsi di alcune evidenze che provavano anche un presunto effetto antitumorale e di prevenzione delle ricadute della sclerosi multipla. Riscontri labili e talvolta contrastanti, che non ne suggeriscono l’utilizzo: né a scopo preventivo né in corso di malattia.

Cuore: stesso effetto con o senza la vitamina D

L’idea che l’integrazione della dieta con la vitamina D potesse ridurre il peso delle malattie cardiovascolari (prima causa di morte al mondo) si era fatta strada dopo che diversi studi avevano evidenziato una maggiore incidenza di eventi di questo tipo nelle persone con bassi livelli della molecola nel sangue. Da qui l’idea di testare l’efficacia della supplementazione, di fatto bocciata da questa metanalisi.

La pubblicazione è un compendio delle conclusioni di ventuno studi clinici in cui erano stati confrontati gli esiti cardiovascolari di un trattamento integrativo con la vitamina D con quelli registrati in persone che non avevano fatto ricorso agli integratori. Nel tempo, tra i due gruppi posti a confronto nelle singole ricerche, per un totale di 83mila individui, non è emersa alcuna differenza relativa all’incidenza di eventi cardiovascolari. Sovrapponibili - considerando anche le differenze tra i due sessi e tra i diversi apporti di vitamina D - sono risultati i numeri dei decessi per cause cardiovascolari e le ricadute di ictus e infarti.

Conclusioni perentorie, che hanno portato i ricercatori a sancire l’inutilità dell’assunzione della vitamina D per la prevenzione cardiovascolare. «I dati degli studi osservazionali non tenevano conto di altri possibili fattori in grado di determinare un peggioramento della salute del cuore e dei vasi: come le abitudini alimentari, la sedentarietà, la contemporanea presenza di altre malattie croniche». Condizioni che, oltre a minare la salute cardiovascolare dall’interno, potrebbero influenzare i livelli di vitamina D rilevabili nel siero. Da qui la probabile associazione, alla cui base non ci sarebbe però alcun nesso di causalità.

Vitamina D: quando è necessario ricorrere agli integratori?

La vitamina D in Italia costituisce la prima voce di spesa farmacologica per il trattamento dell’osteporosi. Ma il suo utilizzo è cresciuto nel tempo anche dietro l’illusione che potesse proteggere dal cancro, dall’ipertensione e dalle malattie cardiovascolari. Di conseguenza sono aumentate pure le spese per le casse dello Stato, nonostante un’efficacia discutibile in molti casi. Logico però che, in una simile situazione, sia cresciuta la confusione tra i pazienti. Chi ha realmente bisogno di assumere gli integratori di vitamina D? L’ipovitaminosi va trattata innanzitutto dopo aver verificato realmente una carenza, non sempre al di sopra di una certa età. Occorre dunque fare una diagnosi corretta e verificare i valori raggiunti anche una volta iniziata la terapia, in modo da personalizzare i dosaggi. Le donne in menopausa, gli anziani con una diagnosi di osteoporosi (le stime ufficiali dicono che l'80 per cento degli over 65 presenta livelli ormonali inferiori a quelli indicati) e chi ha già avuto delle fratture dovrebbero ricevere un trattamento adeguato a base di farmaci come i bifosfonati, il denosumab e il teriparatide, e non solo la supplementazione di vitamina D.

Vitamina D: dove trovarla naturalmente

La «benzina» più efficace per stimolare la produzione di vitamina D rimane l'esposizione della pelle alla luce del sole. Così si innesca il circolo virtuoso: più vitamina, maggiore assorbimento di calcio a livello intestinale e renale, migliore salute delle ossa. A ciò possono essere aggiunte le diverse fonti alimentari: olio di fegato di merluzzo, salmone fresco, tonno in scatola, uova, cereali per la colazione (se fortificati). Soltanto escludendo la possibilità di sintetizzare la molecola o assumerla attraverso la dieta, può eventualmente essere considerata l’ipotesi di ricorrere all’integrazione della vitamina D. Ma non senza aver prima verificato la sua carenza. E non, a questo punto, per proteggere il cuore e le arterie.

Twitter @fabioditodaro