L’ulcera è una lesione dello stomaco o del duodeno che talvolta può addirittura sanguinare o perforare la parete. La condizione è spesso sostenuta da un agente batterico denominato Helicobacter pylori. Chi soffre di ulcera lamenta dolore allo stomaco, anche intenso, soprattutto a digiuno o comunque quando lo stomaco è vuoto. Perché un batterio arriva a infettare la mucosa gastrica e cosa si può fare per eradicarlo o per prevenire l’infezione?

Lo abbiamo chiesto ad Angelo Zullo, gastroenterologo presso l’Ospedale Nuovo Regina Margherita di Roma e Consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Ospedalieri (AIGO).

Come arriva l’Helicobacter nello stomaco per infettarlo?
«Se consideriamo che si tratta di un batterio che vive sulla mucosa dello stomaco umano dove arriva dalla bocca e che è presente in forma vitale anche nelle feci dei pazienti infettati, si intuisce che le vie di trasmissione sono quelle oro-fecale e, meno frequentemente, oro-orale. Ci si può infettare, in definitiva, introducendo cibi o acqua contaminate da feci umane. Il batterio, infatti, può vivere in acqua a temperatura ambiente fino a 10 giorni. In Africa, le mamme che hanno la consuetudine di pre-masticare il cibo prima di passarlo ai bambini possono trasmettere l’infezione. Tra gli adulti, invece, la possibilità di trasmettere l’infezione per via oro-orale, per esempio con il bacio o bevendo dalla stessa bottiglia, è molto rara. Ci si infetta da bambini, in pratica. In alcuni Paesi (Perù, Egitto) il batterio è stato trovato nell’acqua della rete di distribuzione. Studi specifici, però, hanno escluso la presenza di H. pylori nella rete italiana dove l’acqua è clorata.

Quali sono le sue vittime preferite?
«Non esistono “vittime preferite” e l’infezione può colpire teoricamente ognuno di noi. Esistono, però, dei fattori predisponenti. Vivere in un Paese a basso livello socio-sanitario o in un ambiente non igienico favorisce il contagio, così come nei soggetti istituzionalizzati il rischio di trasmissione è maggiore. Con il miglioramento delle condizioni socio-economiche, infatti, negli anni ‘50-’60 in Italia si è verificata, così come nella maggior parte dei Nazioni sviluppate, una drastica riduzione della prevalenza di Helicobacter nella popolazione generale. Oggi, il batterio è presente nel 40-50% dei soggetti che hanno oltre 60 anni e solo nel 10-20% di quelli più giovani».

Come si diagnostica la sua presenza?
«Per la diagnosi si utilizzano diversi test, distinti in invasivi e non invasivi. La gastroscopia è classificato come test invasivo poiché durante l’esame si prelevano biopsie nello stomaco che sono poi valutate con esame istologico dove il batterio può essere visualizzato. I test non invasivi sono il cosiddetto test del respiro (urea breath test o UBT) e il test fecale con ricerca degli antigeni di H. pylori. La scelta del test più appropriato per il singolo paziente dipende dai sintomi e dall’età. I test non invasivi sono molto utili per verificare l’avvenuta eradicazione dopo la terapia».

Come si eradica?
«Trattandosi di un’infezione batterica, è necessario utilizzare antibiotici. Helicobacter, purtroppo, si localizza nello stomaco, dove riesce a sopravvivere nonostante l’elevata acidità del succo gastrico che invece neutralizza gli antibiotici. Per questo motivo è necessario sempre associare un farmaco, di quelli appartenenti alla famiglia degli inibitori della pompa protonica, in grado di ridurre l’acidità gastrica e favorire così l’azione degli antibiotici. La terapia combina 2 o 3 antibiotici che vengono somministrati per 10-14 giorni, secondo schemi ben precisi e convalidati. Gli schemi più efficaci sono in grado di curare l’infezione fino al 90% dei casi. Nei casi in cui la prima terapia fallisce, si ricorre al trattamento di seconda o terza linea».

I trattamenti antibiotici sono l’unica soluzione o ci sono alternative possibili?

«Non abbiamo alternative valide agli antibiotici per curare questa infezione, purtroppo. È stato tentato di utilizzare sostanze “naturali” (estratti di piante, dell’aglio, yogurt) in quanto hanno mostrato un qualche effetto battericida in laboratorio, ma non vi sono evidenze scientifiche della loro efficacia quando somministrate ai pazienti».

Una volta eradicato non ci si infetta più?
«Se si utilizzano schemi di terapia efficaci e convalidati, l’infezione viene debellata in maniera pressoché definitiva. Nei Paesi sviluppati, la probabilità di reinfezione è solo del 2% per anno per i primi 3-4 anni dopo la cura. Se l’infezione non ricompare entro questo periodo, in sostanza non torna più».

Cosa si può fare per prevenire le infezioni?
«Oltre alle consuete norme igienico-sanitarie, non abbiamo delle procedure specifiche da seguire. Lavare bene le verdure e gli ortaggi, che potrebbero essere potenzialmente contaminati da feci umane, rimane una misura di buon senso, così come non bere acqua dal rubinetto quando si viaggia in Paesi in via di sviluppo. Negli anni scorsi si parlava della messa a punto di un vaccino, tuttora non disponibile e, probabilmente, non lo avremo mai».