L’enorme sforzo produttivo, tecnologico, organizzativo e logistico che la Grande guerra richiese al nostro paese, comportò dei grandi progressi anche per quello che riguardava la medicina e l’assistenza sanitaria. Basti pensare che, nei 41 mesi di guerra, il Servizio Sanitario Militare italiano dovette gestire il trasporto, il ricovero e la cura di oltre due milioni e mezzo di feriti e di ammalati. Un’impresa ciclopica di cui era responsabile il generale medico Francesco Della Valle che istituì la cosiddetta «catena sanitaria» per recuperare, curare e, alla fine, ove possibile, reintegrare nei ranghi i militari feriti. Se ai comandanti che si occuparono di vincere la guerra sulla terra (Cadorna e Diaz) e sul mare (Thaon di Revel) sono stati dedicati fiumi di inchiostro, di questa altra guerra contro la morte e la malattia, consumata tanto a ridosso delle trincee, quanto fra le livide corsie degli ospedali, si sa ancora poco.

LE ARMATE DI DELLA VALLE

Il Corpo di Sanità era coadiuvato dalla Croce Rossa Italiana (Corpo militare volontario e Infermiere volontarie), dal Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) e dall’Ordine sei SS. Maurizio e Lazzaro.

Come ha ricostruito lo storico militare Achille Maria Giachino, il generale Della Valle poteva contare inizialmente su un apparato comprendente 53 sezioni di sanità, 126 ospedaletti someggiati, 124 ospedali da campo, 108 autoambulanze, 108 autobus, 16 treni attrezzati. In Italia erano disseminati poi 30 ospedali militari, 6 sanatori, 31 infermerie e altri ospedali di riserva. In totale, il Regio Esercito poteva contare, al fronte, su 24.000 posti letto e su altri 100.000 nelle strutture di riserva. Purtroppo, già dopo il primo anno di guerra, si poté constatare che tale apparato era radicalmente insufficiente.

SCUOLE, CASTELLI E CONVENTI A DISPOSIZIONE PER I MALATI

Così come avvenne per la produzione bellico-industriale, anche la Sanità militare dovette affrontare un gravoso impegno per quadruplicare i posti letto. Questo avvenne non solo utilizzando strutture militari come le caserme, ma anche requisendo quelle civili come scuole, ospedali, collegi, conventi, seminari, alberghi, palazzi nobiliari riconvertendoli - con soluzioni spesso geniali - a un uso ospedaliero. Anche Casa Savoia diede il suo contributo mettendo a disposizione il castello reale di Moncalieri che oggi, insieme ad altre residenze sabaude è nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

AUTOCARRI MILITARI E PERFINO SIDECAR TRASFORMATI IN AMBULANZE

Anche il parco degli automezzi sanitari fu fortemente implementato: le ambulanze sia chirurgiche che radiologiche vennero aumentate e centinaia di autocarri furono adibiti al solo trasporto-feriti. Di particolare interesse, la messa a punto della «moto lettiga», una motocicletta prodotta dalla ditta «Frera» dotata di una sorta di sidecar che poteva ospitare un ferito e tenerlo al coperto. Questi mezzi erano particolarmente agili e adatti al territorio montano. Su ferro, vennero triplicati i treni ospedali, ognuno da 360 posti letto e le linee ferroviarie furono costellate di posti ospedale. Persino la vecchia via fluviale che collegava Grado a Mestre fu ripristinata per trasportare, su enormi chiatte, le migliaia di feriti che provenivano dal Carso. Per alleggerire le strutture sanitarie in zona di guerra si adoperarono, infine, le navi ospedale. L’introduzione delle armi chimiche e il freddo della guerra in montagna, gli choc nervosi che subivano i soldati richiesero poi l’istituzione di numerosi servizi accessori: neurologico, oftalmico, neuropsichiatrico, antigas, anti assiderante, che dovettero essere dotati di centri, ambulatori, sezioni e reparti specifici.

QUEI MEDICI CIVILI MILITARIZZATI PER CURARE I SOLDATI

Naturalmente, tutte queste strutture necessitavano di personale titolato per funzionare ed anche in questo caso i mille ufficiali medici in servizio all’inizio del conflitto dovettero essere triplicati. Furono così richiamati per primi gli ufficiali medici in congedo e i militari di truppa laureati in medicina che ebbero tutti la nomina a sottotenente di complemento. I medici civili furono militarizzati con nomine fino a maggiore, gli studenti di medicina del 5° e 6° anno furono invece richiamati come aspiranti ufficiali. Con questi richiami, già nel 1916 si era arrivati a disporre di 8.050 effettivi al fronte e di altri 6.000 nelle retrovie.

I SOCCORSI DEI FERITI: DALLA PRIMA LINEA AGLI OSPEDALI DA CAMPO

In sostanza, il meccanismo del soccorso funzionava così: a ridosso delle prime linee vi erano i Posti di medicazione, l’equivalente dei Posti medici avanzati di oggi. Si trattava di piccole infermerie da campo situate nella prima zona riparata disponibile; dopo una prima medicazione sommaria, il ferito veniva inviato all’Ospedaletto da campo, situato nelle immediate retrovie. Qui si svolgevano le operazioni chirurgiche più urgenti e poi il paziente veniva inviato nelle tendopoli degli Ospedali da campo e infine a quelli divisionali.

SOPRAVVIVEVANO SE COLPITI A CRANIO E TORACE; LETALI LE FERITE ALL’ADDOME

Si era lontani dall’introduzione della penicillina (in Italia dal 1945 c.a) anche se il potere antibiotico delle muffe era già stato studiato nel 1895 dal medico militare Vincenzo Tiberio . Nonostante l’eccellente potere antibatterico della tintura di iodio scoperta nel 1908 dal medico italiano Antonio Grossich (cui abbiamo già dedicato un articolo) avesse contribuito a salvare centinaia di migliaia di vite, la mortalità era molto alta, causata soprattutto da setticemia, tetano, emorragie. I soldati feriti alle braccia o alle gambe spesso se la cavavano, purtroppo dopo l’amputazione. Dagli studi di Achille Giachino, risulta che i traumatizzati al cranio o al torace avevano un indice di sopravvivenza tra il 20 e il 30%, ma coloro che presentavano ferite all’addome non venivano neppure trattati: la morte sarebbe sopraggiunta in poco tempo per via del dissanguamento o per infezione causata dalla perforazione dell’intestino.

Tale epopea sanitaria lasciò poca memoria nell’opinione pubblica dell’epoca, portata alle stelle dall’entusiasmo per la vittoria. Oggi, però dopo 100 anni, quella gigantesca operazione meriterebbe di essere indagata a fondo e divulgata per l’interesse che riveste un modello organizzativo ormai irripetibile.